Essa si colloca come la prua di una nave, sul crinale di un colle posto a 240 metri di altitudine che dirada sino al mare sulle dorate spiagge dell’Adriatico, in una splendida cornice paesaggistica che la vede circondata da rigogliose colline, caratterizzate in alcuni punti dal particolarissimo fenomeno geologico dei calanchi e abbracciata alle spalle dalle catena montuosa del Gran Sasso d’Italia e della Majella, racchiudendola come un vero e proprio gioiello.

Forse è per questo che il grande scrittore Gabriele D’Annunzio la definì “perla dell’Adriatico” 

Esso offre uno degli scenari più suggestivi e completi di tutta la costa adriatica, la sua visuale spazia dal Monte Conero, appennino umbro marchigiano, al promontorio del Gargano in Puglia.

Le sue origini affondano radici in tempi lontani. Lo stesso toponimo fa riferimento alla primitiva natura boschiva selvae che, secondo alcuni storici, si legherebbe alla presenza di un tempio dedicato al Dio Silvano Selvans, uno dei primi numi italici adorato principalmente dai siculi, una popolazione indoeuropea del II millennio a.c. il cui culto si è protratto nel tempo attraverso gli etruschi e successivamente i romani, rivolgendosi alla protezione della natura e alle attività agresti.

 

Ph. M.C. Mancinelli

 

Disegnando uno scenario fuori dall’ordinario, il castrum Silvae è fortificato dalla natura stessa del terreno, dominando silenziosa e severa dall’alto, circondata di un vuoto naturale che ne rendeva difficile il raggiungimento e l’assedio, permettendone al contempo l’avvistamento nemico da lontano e di approntarsi in tempo per fronteggiarlo. Dal castrum romanorum al Castellum Silvae “Castello di Silvi”, nel periodo medioevale il borgo è al centro di tumulti, assedi, occupazioni e scorrerie da parte dei saraceni, ma anche terra di passaggio di personaggi illustri e nobili dame.

Era il tempo del grande Regno di Napoli e delle due Sicilie, anni che vedono il fiorire della vita religiosa permeata dal regio dominio, signori feudali, attività artigianali e fiorenti commerci. Anni che permangono nelle robuste e solide architetture in pietra e laterizio, nelle malte che tengono ancora salde le mura cittadine di recinzione e le architetture civili e religiose che ridondano di eleganza e stupore evocando tacitamente il peso del tempo trascorso.

 

In un piccolo spazio di mondo che non lascia indifferenti, il borgo conserva il carattere identitario della storia umana.

E’ qui che si conserva in ogni piccolo scorcio, lo scorrere del tempo, fondendosi gradevolmente con la moderna vocazione all’ospitalità che garantisce a turisti e residenti un’atmosfera di benessere ricercata e per certi versi esclusiva.

Non sono effetti speciali, ma solo il lavoro dei secoli di cui la natura è la vera artefice…

Corso Umberto I, Silvi Paese Belvedere, ph. M.C. Mancinelli Spiaggia di Silvi Marina, ph. di M.C. Mancinelli.

 

 

Itinerario

Entrando nel centro storico da piazza Largo della Porta, dove un tempo si trovava la porta di accesso per l’ingresso in città, troviamo la Chiesa di San Salvatore.

  1. La Chiesa di San Salvatore si erge nel cuore del centro storico di Silvi a partire dal 1100, come simbolo dell’autorità religiosa. Ad essa è annessa l’antica porta d’ingresso della città medievale, nei cui solchi profondi dettati dai solidi cardini in ferro battuto si sente ancora tutto l’eco delle invasioni turche. L’edificio religioso eretto in onore del primo protettore di Silvi, San Salvatore (sostituito alla fine del XVI secolo da San Leone) subì diversi rifacimenti nel corso dei secoli. All'esterno, il fianco sinistro (un tempo facciata) che da su Corso Umberto I, presenta i tre ricchi portali del trecento, opera delle botteghe degli scultori attivi nel Duomo di Atri, la cosiddetta “Scuola atriana” capeggiata da Raimondo del Poggio e Rainaldo da Atri, mentre l'attuale facciata e il campanile con l'orologio civico del 1843 (spostato nel 1951 dalla chiesa di Sant'Antonio che si andava distruggendo) sono dell'inizio del XVIII secolo.

I portali laterali si prostrano sontuosi con decorazioni fitomorfe e i volti dei progenitori, in cui si denotano ancora le tracce di policromia utilizzate nella scultura medievale del periodo romanico ad imitazione delle opere classiche, che al contrario di quanto si pensi e si veda adesso, erano interamente e vivacemente colorate. Di qui la dorata corona della Vergine Maria dai tratti severi e rigorosi ancora tipici dell’arte scultorea romanica e, nel fianco esterno combaciante con l’antica porta, un’epigrafe dell’anno 1275 attestante ilParticolare del portale, Chiesa di S. Salvatore passaggio in terra d’Abruzzo del Re Carlo d’Angiò, testimoniando al contempo in maniera indelebile la fedeltà dell’Abruzzo ad egli.

L'interno si presenta nel suo rifacimento barocco ad un’unica navata con tre altari dedicati alla Madonna del Carmine, a San Giuseppe e a San Leone. Quest’ultima Cappella dedicata al Santo patronale contiene il busto del santo martire, di scuola napoletana eseguito nel 1766, divenuto protettore di Silvi alla fine del cinquecento al posto di San Salvatore.

 
ph. di M.C. Mancinelli.

Culto di San Leone e festa patronale. Un rito questo, che affonda le sue radici nel XV secolo. In quegli anni erano numerose le scorrerie dei Turchi sulle coste abruzzesi, alcune città come Ortona e Francavilla non si salvarono da tale impeto, mentre in casi più fortunati come a Tollo, Pescara, Atri e Silvi si riuscirono a respingere tali attacchi attribuendone la salvezza all’intervento miracoloso di un Santo: nel caso di Silvi San Leone.

Una leggenda narra che all'epoca i Turchi sbarcarono nel porticciolo del Cerrano e, dopo avere saccheggiato tutto quello che di utile c'era, si diressero verso la città Silvi. Mentre la popolazione si preparava a difendersi, si narra che un giovane di nome Leone, scese dalla collina con una fiaccola in mano e li affrontò.

Più correva e più la fiaccola emanava una luce intensa ed incandescente, tanto che gli invasori credettero che un intero esercito fosse lì ad aspettarli e per paura di perdere il bottino già conquistato, si ritirarono.

Perciò una volta scongiurato il pericolo tutta la città festeggiò il coraggio del giovane Leone, proclamandolo eroe cittadino.

 

Lu cianci alone , ph. C. Anello

 

Da allora si ripete ogni anno nel mese di maggio, la manifestazione detta ‘Lu Ciancialone’, in ricordo di quest’evento miracoloso. Silvi rivive con il medesimo fervore tutta la fase di preparazione della gigantesca fascina e accensione del fuoco salvatore. La preparazione di questo evento prevede il coinvolgimento di tutti i cittadini, grandi e piccini, nel reperire arbusti di canne e assemblarle insieme sino a formare un gran fascio. Giunti al giorno della manifestazione, il pesantissimo e imponente fascio di canne, viene adagiato su un’enorme slitta di legno e trainata a mano con delle funi sino a raggiungere la piazza principale del Paese dove, sollevato faticosamente con delle corde dinnanzi alla Chiesa, il cittadino più coraggioso, solitamente un giovane locale di nome Leone (come il Santo patronale), si recherà con l’ausilio di una scala ad accenderlo sulla sommità.

Da qui si apre la festa, che si protrae tutta la notte fino al suo spegnimento. Intorno al falò la gente canta e balla finché non rimane che cenere.

Lu ciancialone. Foto di C. Anello

Oltre ad essere simbolo della cacciata dei Turchi ed evocare il coraggio del leggendario Leone, l’accensione del fascio è anche un fuoco solstiziale e propiziatorio che si lega da sempre ai riti di purificazione praticati nelle campagne e davanti alle chiese per ballarvi intorno.

Un rituale antico quanto l’uomo, praticato dagli agricoltori nei periodi dei solstizi, che basandosi sull’identificazione del sole con Dio, miravano a celebrare i ritmi vitali della natura in stretto contatto con i mutamenti della potenza solare, e a pregare Dio che proteggesse la raccolta, la semina e le attività agrarie.

Cappella “Madonna dello Splendore” (Il Sentiero dello Splendore) lungo la strada panoramica che conduce verso la costa, quando ancora non esisteva l’attuale strada provinciale, fu elevata la cappella proprio sul punto in cui secondo la leggenda, nel 1566 San Leone con una torcia in mano, fu avvistato dai Turchi e li fece desistere dall'attaccare il borgo. Oggi, nella sistemazione tardo-ottocentesca, si presenta come un'edicola con la statua della Vergine circondata da un recinto in pietra.

Nell’area presbiteriale della Chiesa di San Salvatore, in fondo alla navata, troviamo la settecentesca “Comunione degli Apostoli”, l’Istituzione dell’Eucarestia della fine del '700 proveniente dalla Chiesa di San Nicola, distrutta dal terremoto del 1889, come testimonia la rappresentazione del Santo in basso. Oltre ai due dipinti laterali ottocenteschi (Sacro Cuore di Gesù e Sacro Cuore di Maria), questa tela centrale riveste una particolare importanza per quanto riguarda la produzione artistica del territorio.

Genericamente assegnata alla scuola napoletana del XVIII secolo, la tela potrebbe appartenere al vivace ambito pittorico sviluppatosi in alcuni centri abruzzesi nella seconda metà del '700 come Giuseppe Prepositi in Atri (si veda la Chiesa di S.

Giovanni Battista detta di S. Domenico) oppure Nicola Ranieri di Guardiagrele, entrambi comunque legati alle formule barocche del Solimena. Quest’ultimo fu considerato uno degli artisti che meglio incarnarono la cultura tardo-barocca in Italia e lavorò per le maggiori corti europee pur senza spostarsi quasi mai da Napoli.

Quest’ultima città aveva raggiunto all’epoca un vero e proprio status di centro di dispositivo artistico, grazie al Solimena, alla pittura eroica del “chiaroscuro” di Caravaggio e di Giovanni Battista Carracciolo, diventando una vera e propria capitale europea della pittura.

Nella tela situata in San Salvatore a Silvi, si denota tanto il chiaroscuro caravaggesco quanto l’attenzione ai volti e il fasto barocco del Solimena e più in generale l’ascendente della fioritura della pittura barocca napoletana permeata in maggior modo nei territori ricadenti nell’antico Regno di Napoli.

 

Dell’antica chiesa medievale rimangono invece le due acquasantiere, realizzate con parti di un antico tempio romano, e lo straordinario lacerto di affresco raffigurante molto probabilmente Santa Caterina d'Alessandria (metà XIII secolo), che si va riscoprendo come uno dei più importanti documenti dell'arte sveva in Italia. Recentemente oggetto di studio dei più grandi Storici dell’Arte Italiana, tra cui il grande Ferdinando Bologna, rimanendo tuttavia in attesa di una degna collocazione nel corpus della pittura svevo-federiciana di maggior spicco.

 

Si tratta di una rara pittura collegata al filone dell’arte imperiale legata alla corte di Federico II, l’imperator mundi (Imperatore del Sacro Romano Impero).

L’affresco ridonda di bellezza, evocando tacitamente l’eleganza di un arte al servizio dell’imperatore, direttamente collegato sia cronologicamente che stilisticamente al peculiare affresco Il contrasto dei tre vivi e dei tre morti nella Cattedrale della vicina Città di Atri, che rappresenta un tema tanto caro a Federico II. Si tratta di una scena di caccia “arte venatoria” dal carattere profano, inspiegabilmente collocato nel luogo più sacro delle architetture religiose, l’area presbiteriale.

Foto di Ivo Spitilli

 

 

Ricordiamo che in Atri è documentata anche la presenza di una domus regia di Federico II, comprovataci dal funzionario imperiale Riccardo da San Germano, il quale narra del soggiorno di Isabella d’Inghilterra che al ritorno dalla Lombardia verso i territori del

Regno (Puglia) “fece stationem ad Adriam”, e un documento successivo di Carlo d’Angiò, che conquistò il territorio portando alla morte entrambi i figli Federico II, attesta la donazione della residenza regia ai nuovi domenicani venuti in città. L’attuale domus regia è infatti localizzata nella Chiesa atriana di San Giovanni Battista (detta di San Domenico), dove il rigore dell’architettura richiama direttamente le residenze militari di Federico II in Puglia.

Delle opere di committenza dell’imperatore Federico II conosciamo molto bene le architetture e le sculture, mentre rare sono le pitture relative alla sua committenza, si menzionano al momento soltanto: Sala del Consiglio del Palazzo Pubblico di S. Gimignano, Madonna del Crognale a Propezzano, i cicli su menzionati di Atri e Silvi. In realtà l’affresco di Silvi si presenta leggermente più evoluto rispetto a quello atriano, è possibile che si collochi proprio nel momento di passaggio tra la dinastia sveva e quella angioina. Si noti infatti come la palma del martirio che la Santa principessa tiene in mano, assume chiaramente la forma di un giglio angioino, emblema della regalità.

Iconografia: Che si tratta di una Santa principessa lo si vede dalla corona che porta in capo e la palma del martirio dalla peculiare foglia. Rimane invece dubbia la presenza della ruota dentata che la farebbe identificare con certezza come Santa Caterina d’Alessandria. Al di sotto del braccio sinistro si intravede un fascio giallo ocra che scende semicurvo, ma il lacerto d’affresco è troppo compromesso per definirne di fatto la forma e tanto meno capire se la decorazione continuasse ai lati della Santa.

Ci sarebbe anche la possibilità di trovare un intero ciclo di affreschi al di sotto della superficie muraria attuale, imbiancata di volta in volta nel corso dei secoli sino ad oggi.

 

 

Iconografia di Santa Caterina d'Alessandria.

(287 Alessandria d’Egitto, 305) è venerata come Santa dalla Chiesa cattolica.

Nel 305 un imperatore romano tenne grandi festeggiamenti in proprio onore ad Alessandria. La giovane Caterina si presentò a palazzo nel bel mezzo dei festeggiamenti, nel corso dei quali si celebravano feste pagane con sacrifici di animali e accadeva anche che molti cristiani, per paura delle persecuzioni, accettassero di adorare gli dei. Caterina rifiutò i sacrifici e chiese all'imperatore di riconoscere Gesù Cristo come redentore dell'umanità, argomentando la sua tesi con profondità filosofica. L'imperatore, che, secondo la Legenda Aurea, sarebbe stato colpito sia dalla bellezza che dalla cultura della giovane nobile, convocò un gruppo di retori affinché la convincessero ad onorare gli dei. Tuttavia, per l'eloquenza di Caterina, non solo non la convertirono, ma essi stessi furono prontamente convertiti al Cristianesimo. L'imperatore ordinò la condanna a morte di tutti i retori e dopo l'ennesimo rifiuto di Caterina la condannò a morire anch'essa su una ruota dentata. Tuttavia, lo strumento di tortura e condanna si ruppe e Massimino fu obbligato a far decapitare la santa.

Percorrendo le antiche vie del borgo si ha come l’impressione di essere immersi in un passato senza tempo ricco di suggestioni, scorci panoramici mozzafiato, frammenti di vita e antiche tradizioni normalmente confinate e chiuse nell’incomunicabilità dei tempi moderni…

Dal corso principale, varcando quello che era l’antico punto d’avvistamento di cui rimangono ancora i posti di guardia, la cosiddetta Torre di Belfiore, si può avere un’idea di quello che era l’antico sistema di fortificazioni costiere durante il reame spagnolo.

ph. di M.C. Mancinelli.

ph. di M.C. Mancinelli.

 

 

Il progetto delle fortificazioni costiere

Durante l'antico regime aragonese operante nel Regno di Napoli, nel 1568, Alfonzo Salazar allora commissario del presidente della Regia Camera di Summaria, dispose della costruzione di ben 14 torri costiere in Abruzzo. Si tratta di torri di avvistamento collocate a distanza tale da potersi vedere l’un dall’altra e inviarsi segnali di fumo in caso di avvistamento nemico da mare. Nel tratto di costa antistante il borgo vi era una di queste quattordici torri, la celebre Torre del Cerrano, restaurata nel secolo scorso e divenuta il simbolo dell’Area Marina Protetta “Torre del Cerrano” istituita nel 2008 nel tratto interessato.

Ph. M.C. Mancinelli.

La Torre del Cerrano, oltre ad essere legata alle fortificazioni costiere dall’Abruzzo alla Puglia, comunicava verso l’interno tramite la suddetta Torre di Belfiore che provvedeva in caso di pericolo imminente, alla protezione ed evacuazione degli abitanti del borgo. Il sistema difensivo costiero era affidato come detto, ad una serie di torri d’avvistamento alla foce dei fiumi luoghi naturali di facile penetrazione. La Torre di Cerrano prende infatti il suo nome dal torrente Cerrano che oggi sfocia 500 metri più a sud rispetto all’epoca.

Queste erano disposte l’una dopo l’altra come una catena, a protezione della costa dalle invasioni dei Turchi ma soprattutto delle città popolate dell’entroterra. Salendo sulle creste collinari la tipologia difensiva e di controllo territoriale visivo si trasforma in borghi e cittadelle murate, munite di torri di avvistamento.

L’uso delle torri a scopo di difesa e segnalazione era praticato sin dall’epoca romana ma, nel periodo medievale, tale sistema fu rafforzato per impellenti esigenze e già gli svevi e gli angioini avevano provveduto all’ideazione e costruzione di parte delle fortificazioni che stentavano a definirsi per esigenze economiche. Soltanto a partire dal ‘500, durante il reame spagnolo di Napoli si predispose un vero e proprio progetto di realizzazione. Nel 1532 il vicerè di Napoli, Don Pietro di Toledo ordinò la costruzione di nuove torri in tutto il regno, ma non ebbe risultati soddisfacenti. Nel 1563 il successore vicerè duca d’Alcalè don Parafan de Ribera dietro relazione del Governatore Marco Antonio Pisciello riconfermò l’ordine, integrato dall’esproprio e passaggio alle dipendenze statali di tutte le fortificazioni preesistenti. La costruzione di un buon numero di torri fu affidata a V. Tavoldino che con il fratello si trovava in Abruzzo per le fortezze di Pescara e Civitella. Fu imposto loro il termine di 18 mesi per finire le 8 torri, con decorrenza il 1 Aprile 1568. Il commissario del presidente della regia Camera, Alfonso Salazar dovendo eseguire gli ordini, visitò con l’ingegner Scala le torri d’Abruzzo, e firmò i capitoli di costruzione di 14 torri (Tronto, Vibrata, Salinello, Tordino, Vomano, Chirano, Fossacesia, Senella etc.).

La consegna delle torri finite avvenne nel 1569. Le caratteristiche delle torri dipendenti dal Regno di Napoli erano tutte ubbidenti allo stesso canone costruttivo: forma tronco piramidale con lato di base 10 m. a un solo piano,

ph. di M.C. Mancinelli.